Cassazione, non integra il reato di autoriclaggio il trasferimento dei beni della società decotta alle altre gestite dal medesimo amministratore

Con la sentenza n. 8851 del primo marzo 2019, la Cassazione Penale ha stabilito che, accertata la bancarotta fraudolenta patrimoniale, l’illecito ed ingiustificato trasferimento di denaro proveniente dalla società fallita a vantaggio di altre imprese gestite dal medesimo amministratore non integra il delitto di autoriciclaggio, non potendo la condotta descritta dall’art. 648 ter. 1 c.p. consistere nel mero trasferimento di dette somme a favore di imprese operative, occorrendo invece un quid pluris che denoti l’attitudine dissimulatoria della condotta rispetto alla provenienza delittuosa del bene

La bancarotta fraudolenta con distrazione delle somme a vantaggio di altre società

E’ noto che la principale modalità di commissione del reato di bancarotta fraudolenta ex art. 216, comma 1, n. 1, R.D.  267/1942 è rappresentata dalla sottrazione e dal trasferimento (a volte palese, a volte occulto o posto in essere con operazioni di difficile ricostruzione) dei beni o del denaro della società dichiarata insolvente a vantaggio di altre aziende gestite dai medesimi amministratori. In sostanza, assai di frequente – specie in relazione a fallimenti che coinvolgono imprese di minimali dimensioni – l’amministratore della società in crisi irreversibile sceglie di proseguirne l’attività mediante altre società sempre a lui riferibili.

A tali società, costituite per l’occasione o già operative in precedenza, vengono trasferiti (in assenza di alcun corrispettivo) gli assets dell’impresa decotta che, privata della possibilità di proseguire la sua attività, viene abbandonata al “triste” destino dell’apertura della procedura concorsuale. Nessun dubbio che in tale ipotesi sussista il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale. La condotta dell’amministratore realizza una ingiustificata depauperazione del patrimonio aziendale che viene trasferito in capo ad altro soggetto senza alcuna giustificazione e senza versamento di alcun corrispettivo. Residua, invece, qualche perplessità circa la configurabilità, in tali ipotesi, anche del reato di autoriciclaggio.

Sul reato di autoriciclaggio

L’art. 648 ter.1 c.p., introdotto con la Legge 186/2014, punisce con la reclusione da due a otto anni e con la multa da € 5.000 a €25.000 chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa. Si precisa che, in base al comma 4 della medesima disposizione, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale.

Sotto il profilo della condotta, il reato in questione consiste nella immissione, con qualsiasi modalità, nel circuito economico di disponibilità di provenienza delittuosa, in modo da falsare la concorrenza del mercato ed inquinare l’economia legale con fonti di reddito “inconfessabili”. Sul versante dell’elemento soggettivo del reato, la norma richiede necessariamente il dolo anche se si ritiene sufficiente il dolo generico.

Tuttavia, vero elemento di novità della fattispecie rispetto alle precedenti figure di reato di riciclaggio e reimpiego di cui agli artt. 648 bis e 648 ter c.p. è rappresentato – oltre ovviamente dalla riferibilità del delitto all’autore del reato presupposto – dalla indicata necessità che l’impiego, la sostituzione ecc. avvengano in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni. La determinazione delle condotte punibili viene così circoscritta a quei comportamenti dal contenuto decettivo, capace cioè di rendere obiettivamente difficoltosa la identificazione della provenienza delittuosa del bene.

Bancarotta fraudolenta ed autoriciclaggio: le osservazioni della Cassazione

Proprio in considerazione del fatto che, per espressa disposizione normativa, le condotte di autoriciclaggio devono essere idonee ad ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni reimmessi nell’economia di mercato, la decisione in commento ha escluso la possibilità di un concorso fra i due delitti di bancarotta fraudolenta patrimoniale ed autoriciclaggio nel caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte.

La vicenda su cui si è pronunciata la Cassazione vedeva come protagonista una società, successivamente dichiarata fallita, le cui disponibilità finanziarie ed economiche venivano fatte confluire in altre realtà imprenditoriali riferibili ai medesimi soggetti che dirigevano l’impresa depauperata e che riutilizzano tale denaro per la normale operatività delle aziende favorite. In presenza di tali comportamenti – afferma il Giudice di legittimità – non può parlarsi di autoriciclaggio, delitto che può dirsi sussistente solo quando la condotta assunta dall’autore del reato presupposto sia “connotata da un quid pluris eloquente di una particolare idoneità dissimulatoria rispetto all’origine del denaro”.

Secondo la tesi della Cassazione, è lo stesso dato letterale dell’art. 648 ter.1 a richiedere espressamente, per il perfezionamento della fattispecie delittuosa, non solo l’impiego del profitto illecito in attività imprenditoriali ma anche la presenza di una concreta idoneità dissimulatoria della condotta, “il che costituisce un indicatore che la volontà legislativa richieda un contegno che vada oltre la mera ricezione della somma proveniente da reato”.

Di qui la seguente massima: “in tema di autoriciclaggio di somme oggetto di distrazione fallimentare, la condotta sanzionata ex art. 648-ter 1 c.p., non può consistere nel mero trasferimento di dette somme a favore di imprese operative, ma occorre un quid pluris che denoti l’attitudine dissimulatoria della condotta rispetto alla provenienza delittuosa del bene”.

Avv. Valentina D’Urso

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