Reato di rivelazione di segreti industriali, la Cassazione traccia i confini della tutela penale del know how aziendale

Con la sentenza 16975/2020 la Suprema Corte ha ribadito che, ai fini della configurabilità del reato di rivelazione di segreti scientifici o industriali ex art. 623 c.p., non è necessaria la sussistenza dei presupposti per la brevettabilità delineati dall’art. 2585 c.c. Ciò in quanto la tutela penale offerta dall’art. 623 c.p. ha ad oggetto il “segreto industriale” inteso in senso lato, ovvero come “intero patrimonio di conoscenze di un’impresa, frutto di esperienze e ricerca accumulatesi negli anni, e capace di assicurare all’impresa un vantaggio competitivo, e quindi un’aspettativa di un maggiore profitto economico”. La Corte ha anche precisato come la definizione di segreto commerciale ex art. 623 c.p. sia molto più ampia di quella contenuta nell’art. 98 del codice della proprietà industriale.

Il caso

Una società contestava a tre ex dipendenti e ad un consulente esterno di aver concorso nella indebita rivelazione del know-how industriale di una chiave dinamometrica (e delle associate istruzioni di programmazione del software e del firmware) a vantaggio di un’impresa concorrente nella quale erano confluiti. A conforto delle proprie ragioni, la società querelante sosteneva che la chiave in questione fosse un prodotto altamente tecnologico sviluppato in esclusiva e non altrimenti reperibile sul mercato di riferimento.

Le statuizioni dei giudici di merito

A seguito della querela della società interessata è iniziato il procedimento nei confronti dei 4 prevenuti. Secondo la prospettazione accusatoria accolta dal Giudice di primo grado, gli imputati, dopo essersi dimessi dalla società querelante ed essere stati assunti dalla concorrente, avrebbero rivelato il predetto know how industriale (inclusi i codici sorgente dagli stessi asseritamente duplicati) a quest’ultima, consentendole di mettere a punto un prodotto con le medesime caratteristiche nel giro di pochi mesi e di entrare nel mercato di riferimento in modo competitivo. Per tali ragioni, il Giudice di prime cure ha condannato i 4 imputati per aver concorso nei reati di duplicazione di software ex art. 171-bis L. 633/1941 e di rivelazione di segreti industriali ex art. 623 c.p.

La Corte d’Appello, per contro, sulla scorta delle concordi conclusioni dei ctu e dei consulenti di parte, ha assolto gli imputati dal reato di cui all’art. 171-bis L. 633/1941, escludendo l’avvenuta duplicazione del software realizzato dalla società querelante. Veniva però confermata la condanna per il reato di cui all’art. 623 c.p., avendo la Corte ritenuto che la chiave dinamometrica prodotta dalla concorrente fosse stata realizzata sfruttando l’esperienza professionale acquisita dagli imputati negli anni presso la società querelante.

Proposto ricorso per Cassazione avverso la decisione della Corte territoriale, i 4 imputati hanno denunciato sia la violazione ed erronea applicazione dell’art. 623 c.p., in relazione all’art. 98 D. Lgs. 30 del 2005 (c.d. codice della proprietà industriale) e dell’art. 2, n. 1, della Direttiva Ue 2016/943 (c.d. Trade Secrets), sia il correlato vizio di motivazione. Secondo l’impostazione dei ricorrenti, infatti, il know-how non sarebbe stato identificato dai giudici del merito né sarebbe stato altrimenti identificabile, poiché privo dei requisiti di legge per la tutelabilità.

Inoltre, a detta dei deducenti, la sentenza di secondo grado avrebbe dovuto ritenersi inficiata da carenze motivazionali ed errori giuridici in ordine al concetto di “notizia destinata a rimanere segreta” ex art. 623 c.p., mancando, in ogni caso, il requisito della segretezza da declinarsi secondo i parametri di cui all’art. 98 del codice della proprietà industriale.

Secondo la difesa, invero, la predetta sentenza non avrebbe tenuto conto dei tre requisiti richiesti dalla normativa, sia interna che euronitaria, ai fini della tutela della segretezza, precisando altresì che la società querelante non avrebbe adottato alcuna misura di sicurezza del proprio know-how, non avendo stipulato con i ricorrenti n patto di non concorrenza né avendo adottato misure di protezione idonee a delimitare l’accessibilità alle informazioni. Sicché, in mancanza di adeguate misure di protezione, il preteso know-how non avrebbe potuto considerarsi tutelabile.

La decisione della Suprema Corte

La Quinta Sezione penale della Cassazione ha rigettato i ricorsi ritenendo infondate le censure formulate dagli imputati. In via preliminare, la Corte ha osservato come – in relazione alla statuizione di colpevolezza per il reato di cui all’art. 623 c.p. – la Corte Distrettuale si sia correttamente riportata all’orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale non è affatto necessaria la sussistenza dei presupposti per la brevettabilità, ex art. 2585 c.c., della scoperta o dell’applicazione rivelata ai fini della configurabilità del reato di rivelazione di segreti industriali.

Oggetto della tutela penale, infatti, è il “segreto industriale” inteso in senso lato, ovvero come insieme di conoscenze riservate e di particolari modus operandi in grado di garantire la riduzione al minimo degli errori di progettazione e realizzazione e dunque la compressione dei tempi di produzione (in tal senso, cfr. Cass. pen., sez. V, 18 maggio 2001, n. 25008; Cass. pen., sez. V, 18 febbraio 2010, n. 11965).

Venendo ai profili fattuali della vicenda in esame, il Collegio ha rilevato come la sentenza gravata abbia adeguatamente messo in luce che è stato il patrimonio di conoscenze acquisito presso la società querelante a dare luogo alla combinazione del tutto originale confluita nella chiave dinamometrica realizzata dall’impresa concorrente. Invero, gli imputati, sfruttando conoscenze software acquisite durante il rapporto di collaborazione con la prima società ed avvalendosene in modo sleale, hanno potuto comprimere al massimo i tempi di realizzazione di un prodotto tecnologicamente sofisticato ed altamente concorrenziale a discapito dell’impresa interessata.

Ciò premesso, i giudici di legittimità hanno avuto modo di ribadire che “accanto alla protezione offerta al know how in ambito civilistico, l‘ordinamento nazionale offre, grazie anche allo sviluppo della giurisprudenza, protezione anche in sede penale, in particolare, con l’art. 623 c.p., il cui bene giuridico oggetto di tutela è individuato nell’interesse a che non vengano divulgate notizie attinenti ai metodi che caratterizzano la struttura industriale e, pertanto, il c.d. know how, vale a dire — secondo la definizione da tempo affermata dalla giurisprudenza di legittimità – quel patrimonio cognitivo e organizzativo necessario per la costruzione, l’esercizio, la manutenzione di un apparato industriale”.

Di talché, il know how aziendale rientra nel campo di applicazione dell’art. 623 c.p. in quanto riconducibile all’elastica nozione di “applicazione industriale”, sostituita dall’espressione “segreto commerciale” per effetto dell’art. 9, comma 3, del D. Lgs.  63/2018. In tal senso, ha puntualizzato la Suprema Corte, dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenere che “la copertura offerta dall’art. 623 c.p. vada ben oltre quella predisposta dall’ordinamento civilistico all’invenzione brevettabile e che, ai fini della tutela penale del segreto industriale, novità (intrinseca od estrinseca) ed originalità non sono requisiti essenziali delle applicazioni industriali, poiché non espressamente richiesti dal disposto legislativo e perché l’interesse alla tutela penale della riservatezza non deve necessariamente desumersi da questi attributi delle notizie protette”.

Il Collegio, tuttavia, si è anche premurato di precisare che il concetto penalistico di segreto non soffre interferenze ad opera di quello ricavabile dall’art. 98 del codice di proprietà industriale, giacché l’art. 623 c.p. accoglie una nozione di segreto commerciale più ampia di quella descritta dal citato art. 98.

Ne consegue che, sebbene l’art. 98 del codice della proprietà industriale non sia norma idonea a definire i confini applicativi della fattispecie prevista dall’art. 623 c.p., in presenza di un know-how avente i requisiti prescritti dalla suddetta disposizione, potrà comunque accordarsi la tutela offerta dall’art. 623 c.p., trattandosi di notizie segrete ed essendovi un interesse giuridicamente tutelato al mantenimento del segreto.

Avv. Valentina D’Urso

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