Impresa fallita. L’obbligo di smaltimento rifiuti grava anche sul curatore fallimentare?

Commento all’ordinanza n. 5454 del 15 settembre 2020, con la quale il Consiglio di Stato ha rimesso all’Adunanza Plenaria la questione della riferibilità dell’obbligo di procedere alla rimozione di rifiuti abbandonati (imposto dall’art. 192 D. Lgs. 152/2006) anche al curatore fallimentare che, pur essendo estraneo alla condotta di abbandono, sia nella disponibilità del sito e dei beni dell’impresa “inquinante”. In altre parole, l’obbligo di smaltimento è imputabile anche al curatore fallimentare o il principio di derivazione europea “chi inquina paga” si oppone a tale conclusione?

Il fatto

Nel febbraio del 2018, ad esito di alcuni accertamenti condotti dall’Agenzia Regionale per l’Ambiente del Veneto circa la presenza di rifiuti abbandonati sul sito industriale precedentemente in uso ad una società dichiarata poi fallita, il Comune di Vicenza adottava un’ordinanza contingibile e urgente con la quale ordinava al curatore fallimentare dell’ente societario la rimozione, l’avvio al recupero o allo smaltimento dei rifiuti e il ripristino dello stato dei luoghi ai sensi dell’art. 192 del D. Lgs. n. 152/2006 (meglio noto come Codice dell’ambiente).

Il curatore fallimentare, tuttavia, rilevava di non poter svolgere l’attività impostagli dall’Ente locale sia per l’insufficienza di fondi nella massa attiva sia per la carenza di legittimazione passiva in capo al medesimo, dalla quale discendeva ineludibilmente l’illegittimità dell’ordine in questione. Pertanto, adito il T.A.R. competente, il Tribunale amministrativo accoglieva il ricorso e annullava l’ordinanza comunale osservando, in particolare, che l’ordine di rimozione non poteva essere legittimamente rivolto al curatore fallimentare, difettando in capo allo stesso la qualità di ‘‘detentore delle aree” rilevante ai sensi del richiamato art. 192.

Il Comune di Vicenza, lamentando che il T.A.R. avesse erroneamente interpretato ed applicato le disposizioni e i principi che regolano la materia della rimozione e lo smaltimento dei rifiuti abbandonati, impugnava la sentenza di primo grado innanzi al Consiglio di Stato.

I dubbi del Consiglio di Stato

Investita dell’appello, la IV del Consiglio di Stato si è focalizzata in primo luogo sul disposto dell’art. 192, D. Lgs. n. 152/2006, secondo cui chiunque viola il divieto di abbandono incontrollato dei rifiuti è tenuto a procedere alla loro rimozione (la quale, in difetto, può essere imposta dall’Autorità territoriale competente). Va, però, rammentato che la disposizione in esame estende in via solidale gli obblighi in questione: i) ai soggetti che ‘‘detengano’’ le aree interessate (purché la condotta di inquinamento sia comunque imputabile a titolo di dolo o colpa ai medesimi) e ii) ai soggetti che siano subentrati alla persona giuridica nei diritti inerenti la res nel cui ambito la condotta di abbandono si è verificata.

In seconda battuta, il Collegio ha richiamato il principio eurounitario ‘‘chi inquina paga’’ (attualmente positivizzato dalla Dir. 2004/ 35/CE). Secondo le più recenti interpretazioni di tale principio, gli obblighi di rimozione e smaltimento rifiuti graverebbero anche sul proprietario dell’area sulla quale l’abbandono si è verificato, a condizione che nei suoi confronti sia possibile muovere un rimprovero di responsabilità secondo i consueti criteri di esigibilità e colpevolezza.

Trattandosi di stabilire se gli obblighi di cui al citato art. 192 possano essere estesi anche nei confronti del curatore fallimentare dell’impresa alla quale la condotta di abbandono sia verosimilmente da imputare, i Giudici di Palazzo Spada hanno poi rammentato che, sul punto, si sono delineati nel corso del tempo due orientamenti giurisprudenziali contrapposti.

Secondo una prima tesi, il curatore fallimentare non può essere destinatario del provvedimento che impone la rimozione dei rifiuti. Tale impostazione muove dal presupposto che il curatore non può essere considerato alla stregua di un soggetto ‘‘subentrato nei diritti’’ della società fallita. Ne discende, pertanto, che, affinché il curatore possa essere considerato onerato in tal senso, sarebbe necessario che l’Amministrazione accerti la sussistenza di una responsabilità univoca e autonoma dell’organo fallimentare in relazione all’illecito abbandono.

In base all’opposto orientamento, invece, la posizione di detentore dell’area, acquisita dal curatore dal momento della dichiarazione del fallimento dell’impresa, comporta la sua possibile legittimazione passiva rispetto all’ordine di rimozione. Il Consiglio di Stato ha ritenuto che la seconda opzione è da preferire, richiamando a suo favore le seguenti argomentazioni:

  • il ‘‘Codice dell’ambiente’’ e il diritto UE (entrambi ispirati ai princıpi di prevenzione e responsabilità) accordano all’Amministrazione poteri coattivi adeguati nei confronti dei detentori e dei gestori comunque denominati delle aree nel cui ambito l’abbandono dei rifiuti si è realizzato;
  •  la posizione di ‘‘detentore’’ delle aree (certamente assunta dal curatore fallimentare sin dal momento della dichiarazione di fallimento) fa sì che il medesimo debba automaticamente osservare il divieto di abbandono ed al contempo procedere allo smaltimento dei rifiuti già abbandonati;
  •  il principio ‘‘chi inquina paga’’ non osta a questa ricostruzione, in quanto ciò che giustifica l’ordine di facere in capo al curatore è la concreta detenzione delle aree su cui si trovano i rifiuti;
  • l’opposta tesi finirebbe per fare ingiustificatamente gravare gli obblighi di rimozione e smaltimento sugli enti locali di riferimento (e quindi, in via mediata, sulla comunità locale).

Il quesito posto all’Adunanza Plenaria

Dato atto del surrichiamato contrasto in giurisprudenza, il Collegio ha quindi rimesso la questione all’Adunanza Plenaria, chiamandola a decretare se sussiste la possibilità di rivolgere al curatore fallimentare l’ordine di rimozione e smaltimento dei rifiuti abbandonati nell’area in precedenza utilizzata dall’impresa fallita ovvero se tale possibilità sia da escludere in ragione del principio eurounitario ‘‘chi inquina paga’’.

Avv. Valentina D’Urso

Add Comment